STEFANIA
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La storia di Mooghy poteva essere diversa, completamente diversa. O per meglio dire, l'ultimo capitolo della storia di Mooghy.
E ora riflettendoci, ho corso il rischio di portarmi per tutta la vita un ricordo di tristezza e forse anche di rimorso.
Era sabato pomeriggio, verso sera, e Mooghy stava davvero male. Aveva urgente bisogno di assistenza specialistica.
Al pronto soccorso veterinario furono molto professionali e dopo averlo visitato e fatte le necessarie analisi la diagnosi fu impietosa:
gravissima insufficienza renale e Fiv positivo. Mi venne consigliato che sarebbe stato il caso di procedere all'eutanasia.
Sarebbe stato inutile curarlo perchè inguaribile e gli avrei risparmiato sofferenze certe. Rifiutai, d'istinto, senza un ragionamento.
E così, dopo una flebo, riportai a casa Mooghy.   Le ore successive vennero scandite tra la soddisfazione (o egoismo) di vederlo "vivo",
la speranza che ancora si sarebbe potuto fare qualcosa, il dubbio tremendo di aver fatto la cosa sbagliata e di doverlo sottoporre ad
altre inutili sofferenze. Ma a volte la fortuna gira per il verso giusto e così Mooghy ha avuto il suo momento ed io ancor più di lui quando
abbiamo conosciuto STEFANIA.
Stefania è la veterinaria che l'ha seguito da quel momento e curato negli ultimi mesi. 
Non c'era ovviamente alcuna speranza di guarigione, ma potevamo offrirgli ancora un po' di tempo, quel tempo necessario per fargli godere
ciò che in vita sua non aveva mai neanche lontanamente sognato: cibo e acqua sempre a disposizione, un letto (il mio) nel quale poteva dormire sonni tranquilli ed al caldo, sempre coccolato ed anche viziato. E il merito di questi giorni, che poi furono ben 6 mesi, fu di Stefania. 
Sempre disponibile a visitarlo, a curarlo, a fargli le flebo. E oltre a curare Mooghy doveva anche curare me, la mia ansia, la mia preoccupazione,
la mia paura. E anche la mia folle speranza di credere nella guarigione.
Se per Mooghy è stata una ottimo medico veterinario, per me è stata psicologa e amica. 
Quando vedevo Mooghy stare male, tremare, il mio primo pensiero era quello di telefonare a Stefania. E lei era sempre disponibile a sentire la mia ansia, a tranquillizzarmi, a fare in modo di curare Mooghy senza sottoporlo a inutile stress.
Ricordo che abbiamo trascorso 2 mesi (gennaio e febbraio) senza dover minimamente intervenire con iniezioni o altro.
Mooghy sembrava guarito. Giocava, correva, mangiava (anche quello che non avrebbe dovuto) ed era pure ingrassato.
Ed io ero felice e anche Stefania, per davvero. La nostra battaglia contro il male stava offrendo a Mooghy dei bellissimi giorni, che non
avrebbe mai avuto, se non l'avesse incontrata.
Poi è giunto il fatidico giorno (era sabato 2 maggio). Stefania ha appositamente aperto l'ambulatorio per noi.
Ha visitato Mooghy, per l'ennesima volta. Abbiamo parlato per un'ora è abbiamo deciso che si era giunti sul confine tra la cura e l'accanimento.
Mooghy si è addormentato per l'ultima volta, per non risvegliarsi più.
E' stata una grande sofferenza e sono convinto che da un altro veterinario, in quel momento avrei sofferto meno. Perchè ci sarebbe stata meno
partecipazione, solo professionalità. Si fa .... e basta. Sarei uscito da un anonimo ambulatorio con il trasportino vuoto e poi ....
E poi avrei fatto i conti con la mia coscienza, con il dubbio di aver fatto la cosa giusta, con il rimorso di una fine fra mani sconosciute.
Non ho dubbi, non ho rimorsi, sono assolutamente convinto che qualcosa di buono e di bello siamo riusciti a donare a Mooghy.
E tutto ciò è merito di Stefania. Senza il suo aiuto, sia professionale sia morale, la storia sarebbe finita prima e male.
Grazie Stefania.

Mirko



 
 
 
 
 
 
 
 

La mia pensione per sfamare 120 gatti

Albertina Di Mascio, 70 anni, spende 1500 euro al mese per prendersi cura dei suoi fedelissimi animali

MILANO - L'amore per i gatti può anche diventare una sorta di vizio, dal quale non si esce più e per il quale si finisce per vivere in autentica povertà. Ne sa qualcosa Albertina Di Mascio, 70 anni, milanese, pensionata con marito e con un unica, vera, grande passione: i gatti.
Ne ha 120 da sfamare ogni giorno, quotidianamente, sparsi tra le colonie feline di Niguarda e Greco. Spende 1.500 euro al mese, l'equivalente delle modeste pensioni sua e del marito, pur di garantire ai suoi fedelissimi un pasto giornaliero. Per loro ha rinunciato non solo ad ogni ipotetico lusso, ma anche a tutto ciò che non sia il minimo indispensabile. 

Albertina sacrifica anche la propria dieta alimentare, e quella del marito, mangiando solo una volta al giorno pane, tonno e pomodoro. 
«Da quando ho iniziato non riesco più a smettere, ma se proprio devo dare un consiglio, è meglio non cominciare mai!».
«Ho fatto fuori tutti i miei soldi - racconta Albertina, nel suo appartamento milanese dove convive con trenta gatti e una voliera piena di canarini -. Io e mio marito mangiamo pane, tonno, pomodoro e anguria. Il resto va tutto per il cibo degli animali. Costa parecchio, e poi io li tratto bene». Ogni tanto però, ammette la signora, marito e moglie un lusso se lo concedono: una dose di carne in scatola.
«Non posso certo fare l'americana e comprare tante cose - spiega Albertina -. Ma di fame non moriamo e poi non abbiamo i denti per masticare una bistecca», aggiunge ironicamente. 

La sua avventura è cominciata per caso, quando sua figlia le ha chiesto di occuparsi dei gattini sotto casa. Da allora ha preso 'il vizio' e non ha più smesso. «Ne ho scoperti altri in cantina e qui nei dintorni - racconta -. Poi la gente ha cominciato a indicarmi i posti dove dovevo andare. Erano così brutti e malati, ora invece sono tutti belli. All'inizio era l'America, spendevo senza problemi. Poi mi sono trovata in difficoltà». 

Da quindici anni la sua giornata comincia alle sei del mattino quando, a bordo di una Panda scassata, la gattara parte per il suo giro nelle colonie. «Faccio tutto da sola: mi porto dietro 60 scatolette, 2 litri di latte, 15 di acqua e 3 chili di croccantini. Due volte al mese mi arriva il camion della ditta specializzata per il rifornimento del cibo per gatti. Ormai mi conoscono e mi fanno anche un buon prezzo». Per sua fortuna Albertina e il marito Giuseppe vivono nelle case popolari del Comune, con un affitto di soli 130 euro a trimestre, altrimenti, dice la donna, «non avrei mai potuto fare questa scelta». «Non mi compro più nemmeno i vestiti, né le scarpe - continua lei -, ogni tanto trovo qualche abito nuovo nei bidoni per la raccolta e li prendo. Non c'è nulla di cui vergognarsi». E il signor Giuseppe, che ne pensa? Preferisce non intervenire, si è rassegnato alla missione della moglie e asseconda le sue decisioni: «Non dice niente - racconta lei - sa che spendo tutto per i gatti. Anche lui però è un appassionato di animali». Non rimpiange nulla la gattara di Niguarda, caso estremo fra tante altre anziane che si occupano amorevolmente di felini. «Avrei potuto diventare milionaria, senza tutte queste spese», afferma. Ma la soddisfazione che le danno i gatti non ha prezzo, senza calcolare che la sua forma di 'dipendenza' è pari a un elisir di lunga vita. «Cammino sempre, il colesterolo è perfetto, non sono grassa e non ho l'esaurimento nervoso. Se non avessi i gatti, starei a casa e basta. E invece loro mi tengono in buona salute». Quando non ce la farà più, morirà «dannata», confessa Albertina: «Quel giorno il mio pensiero non andrà né al marito né ai figli, ma solo ai miei gatti». 

08 agosto 2007 (Ansa)